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Lez. 158 - L’io: collaboratore o ostacolo del sé reale

Lezione della Guida del Sentiero - Pathwork Guide Lecture
8 dicembre 1967

Traduzione in italiano di Daniele Buratti
Revisione non ancora effettuata
Edizione Novembre 2017

  1. Saluti, amici carissimi. Che la benedizione e la forza, la comprensione della verità e il flusso vitale dell’energia universale vi ricolmino e vi sostengano nell’ascolto e nell’accoglimento di queste parole, che spero influiscano più sulle vostre forze psichiche che sulla memoria intellettiva.

  2. Molti amici, in questo intenso percorso di auto-realizzazione, sono arrivati a un bivio in cui scorgono il proprio vecchio paesaggio interiore, ossia la paura: paura della vita, della morte, del piacere, la paura di rinunciare al controllo, la paura dei sentimenti, insomma la paura di essere. Come sapete, occorre una buona dose di autoanalisi per giungere alla consapevolezza di queste paure che continuano a esistere anche se, di solito, si tende a dissimularle.

  3. Molti amici sono giunti al punto in cui, con sorpresa e sgomento, iniziano improvvisamente a vedere la loro paura in tutti questi aspetti della vita che ho appena menzionato. Man mano che si diventa più consapevoli di questi timori ci si rende anche conto, in modo automatico e graduale, degli effetti che queste paure finora inconsce hanno sulla propria vita: ciò che spingono a fare e come impediscono di vivere in pienezza. Poi si comincia a capire quella vaga sensazione che ci si stia perdendo qualcosa, che di solito si avverte senza saperne il perché, e si inizia a rendersi conto di quel che si perde. Amici miei, vi state perdendo la vita stessa. A causa della paura vi perdete il processo creativo del vivere.

  4. Ora vi vorrei parlare di alcuni aspetti di queste paure e del loro denominatore comune, che vi indicherà come correggere un’inutile condizione di paura, di frustrazione e di dolore. Perché anche chi tra voi non ha ancora scoperto l’esistenza di queste paure, prima o poi le scoprirà, specialmente in un percorso di sviluppo e di auto-realizzazione che vi fa crescere e agire in modo dinamico. Quando vi accorgerete di come vi nascondevate dalla vita a causa di queste paure, le mie parole - in retrospettiva e in modo retroattivo - vi torneranno molto utili. Le mie parole agiranno come un piccolo seme nella psiche, che germoglierà quando tutto il vostro essere sarà pronto a riconoscere e a risolvere il problema. Affrontare queste paure è sicuramente il problema fondamentale della vita.

  5. Alla base delle paure c’è un malinteso sulla funzione dell’io e la sua relazione con il sé reale. È una relazione estremamente sottile e difficile da tradurre a parole perché, come tutte le verità della vita, è piena di apparenti contraddizioni; almeno finché penserete e vivrete in modo duale. Non appena trascendete il dualismo, due aspetti opposti che sembrano escludersi a vicenda diventano ugualmente veri. Ciò è vero per l’io in rapporto al sé reale. È vero quanto si dice sull’io, cioè che la sua predominanza e la sua forza esagerata sono il maggiore ostacolo a una vita produttiva. E dire che un io debole è incapace di promuovere una vita sana, è altrettanto veritiero. Questi fatti non sono opposti, né si escludono a vicenda, amici miei.

  6. Prima di scendere in maggior dettaglio, vorrei innanzitutto enfatizzare come la condizione d’infelicità dell’umanità si debba principalmente all’ignoranza sul sé reale. Nel migliore dei casi, gli esseri umani più illuminati ne accettano l’esistenza come principio filosofico, che è del tutto diverso dall’esperienza viva e dinamica della sua esistenza. Se si educassero le persone con il proposito e l’idea che dentro di loro, nel profondo, c’è qualcosa che è infinitamente superiore al proprio io, esse avrebbero l’opportunità, sperimentando ed esplorando, di mettersi in contatto con questo nucleo. Sarebbero in grado di raggiungere il loro vero essere interiore.

  7. Dal momento che le cose non stanno così, le persone hanno concetti e obiettivi sempre più limitati. Esse non sanno che in loro c’è qualcos’altro di vivo, oltre l’io. Anche chi tra voi, dopo anni, si è fatto un’idea del sé reale, della sostanza creativa che anima ogni essere umano, dimentica nel novantacinque per cento della propria giornata che questo essere creativo vive e si muove in voi, e che voi vivete e vi muovete in esso. Vi dimenticate della sua esistenza, non ne cercate la saggezza. Vi affidate esclusivamente al vostro limitato io esteriore. Non vi curate di aprirvi alla verità e al sentire del sé profondo. Procedete beati come se non esistesse altro che la mente cosciente, il vostro io, i suoi processi di pensiero immediatamente fruibili e la sua forza di volontà. Adottando un atteggiamento simile trattate voi stessi in modo molto ingiusto.

  8. Questa dimenticanza porta necessariamente a diverse conseguenze. La prima è quella dell’identificazione. Quando vi identificate unicamente con l’io o sé cosciente esteriore, quando associate prevalentemente il senso del sé alle funzioni dell’io, vi sbilanciate svuotando la vita di sostanza e di significato. Dal momento che l’io non può sostituire nemmeno lontanamente l’intraprendenza del sé reale, è inevitabile che queste persone - e sono la maggior parte degli esseri umani - diventino terribilmente timorose e insicure. Si sentono inadeguate, e il loro senso della vita, del vivere, del sé diventa estremamente piatto e sgradevole. E così, in modo spesso frenetico, si va alla ricerca di piaceri sostitutivi che sono vuoti e che lasciano esausti e insoddisfatti. L’io non è in grado di aggiungere un sentire profondo alla vita, né tantomeno stuzzicante. Né può generare una saggezza profonda e creativa. L’io può solo memorizzare, imparare, raccogliere la conoscenza creativa di altre persone, ripetere, copiare. È adatto a ricordare, risolvere, scegliere, decidere, muoversi in una certa direzione, verso fuori o verso dentro. Sono queste le sue funzioni. Non è tra le funzioni dell’io sentire, sperimentare e conoscere in profondità, essere creativi. Per creativo non intendo solo una creatività artistica. Ogni semplice atto della vita può essere creativo, a condizione che siate attivati dal sé reale. Atti che mancano di creatività, se siete separati dal sé reale, non importa quanto impegno ci mettiate. Infatti il sé reale non richiede alcuno sforzo. Ovunque esso si manifesti, qualsiasi sforzo si renda necessario non affatica mai. Anche questo può sembrare una contraddizione.

  9. Torniamo alle basilari paure umane che vi stavo descrivendo e osserviamole alla luce di queste informazioni. Come vi dicevo, queste paure sono la conseguenza di una separazione dal sé reale, che fa permanere nell’ignoranza e vivere con idee errate. Iniziamo con la paura della morte, quella particolare paura che getta una grande ombra sulla vita di ognuno. Se vi identificate prevalentemente con il vostro io, allora la paura della morte è giustificata, poiché l’io muore per davvero. Può sembrare un’affermazione terrificante per chi non ha ancora sperimentato la verità e la realtà del proprio essere interiore. Ci si spaventa proprio per il motivo che vi dicevo, cioè che per moltissimi il senso di essere, di esistere, il senso di sé, si trova solo identificandosi con l’io. Ecco perché nessun essere umano che abbia attivato il suo sé reale, sperimentandolo nella realtà quotidiana, può temere la morte. Costui percepisce e conosce la propria natura immortale, è ricolmo della sua eternità; non ci può essere che continuazione, poiché è questa la sua intrinseca natura. Qualcosa che non si può spiegare con l’abituale limitata logica dell’io.

  10. Quando si dà all’io un’infondata importanza nel dare un senso alla vita, si entra in un circolo vizioso. Se non si riesce a concepire un’altra realtà di pensiero, del sentire e di essere in sé stessi, al di là della realtà dell’io, non si può certo fare esperienza delle facoltà superiori e della realtà più vasta del sé reale. Pertanto sentirsi dire che le facoltà dell’io, considerate come le uniche vere, cessano di esistere, deve sembrare spaventoso. Ma per quelli di voi che hanno sperimentato l’assoluta realtà del sé reale, questa affermazione non sarà mai terrificante: sapete benissimo quanto l’io sia inadeguato, passeggero e insufficiente se paragonato alla realtà dell’eterno essere interiore, di cui voi sperimentate l’eternità a ogni incontro. Dunque la paura della morte c’è solo quando il proprio senso del sé è collegato unicamente al sé dell’io.

  11. Aggiungo che l’accettazione razionale del sé reale come concetto filosofico non allevierà la paura della morte, non riuscendo a dare un senso di realtà e di esperienza tangibile del sé reale. Questo richiede di più. Richiede un’attualizzazione delle facoltà del sé reale. Per giungere a questo, come sapete, sono necessarie delle fasi di sviluppo molto specifiche, di cui parlerò più ampiamente in seguito.

  12. La seconda paura sulla lista è la paura della vita. Mi avete sentito ripetere innumerevoli volte che chi teme la vita teme per forza anche la morte, e che chi teme la morte non può che temere la vita, perché in realtà esse sono la stessa cosa. Questo è un altro concetto che si comprenderà solo dopo aver fatto esperienza del sé reale, il quale riconcilia tutti gli opposti apparenti. Allora ci si accorgerà che vita e morte sono aspetti di luce e ombra - se così posso dire - di una determinata manifestazione di coscienza, niente di più e niente di meno.

  13. Ora, si può capire la paura della vita se si collega il proprio senso d’identità solo all’io. Poiché la capacità dell’io di affrontare la vita vivendola in modo produttivo è molto limitata. In realtà è del tutto insufficiente, e lascia nell’individuo un senso d’incertezza, d’insicurezza e d’inadeguatezza. Il sé reale, invece, ha sempre delle risposte e delle soluzioni per qualunque problema; esso trasforma sempre ogni esperienza, anche se all’inizio sembra vana e superflua, in una tappa fondamentale verso un’ulteriore espansione. Amplifica l’esperienza di vita e favorisce la realizzazione del potenziale intrinseco della persona. Ha quindi la capacità di rendervi più vivi, più realizzati e sempre più forti.

  14. Certo non si può dire altrettanto dell’io. L’io è sempre preso da situazioni, problemi e conflitti apparentemente insolubili. L’io è compatibile unicamente con il livello del duale: questo o quello, giusto o sbagliato, bianco o nero, buono o cattivo. Come sapete, questo è un approccio inadeguato per affrontare la maggior parte dei problemi della vita. A parte il fatto che è impossibile trovare la verità se si vede un lato come nero e l’altro come bianco, la dimensione del problema racchiude molte altre considerazioni. L’io è incapace di trascendere il livello dualistico, di armonizzare la verità di entrambe le parti, per così dire. Quindi non riesce a trovare delle soluzioni ed è perennemente bloccato e nervoso. Dunque identificarsi con l’io porta automaticamente con sé la paura della vita.

  15. La prossima della lista è la paura del piacere. Per chi di voi non abbia ancora approfondito la propria auto-esplorazione, questa affermazione potrebbe sembrare del tutto assurda - lo stesso che dire aver paura della felicità. Dunque potreste pensare: “Questa cosa non mi riguarda.” Eppure vi dico che tutti, nella misura in cui si sentono infelici, insoddisfatti e vuoti, temono la felicità, la realizzazione e il piacere, non importa quanto li si desideri a livello cosciente. È così: è un’equazione che dev’essere soddisfatta. La vostra vita lo dimostra, perché la vita non è mai il prodotto di circostanze al di fuori del vostro controllo, o di cause diverse da quelle che innescate dentro di voi. È sempre il prodotto della vostra coscienza interiore. Voi sapete che è così, sia in teoria che in pratica. Perlomeno, chi tra voi ha cominciato a scoprire qualcosa su di sé, si renderà sempre più conto di come, in un modo o nell’altro, abbia creato e continui a creare tutte quelle situazioni che non vanno bene. Non ve lo dimenticate mai.

  16. Insomma, avere paura del piacere, della felicità, di autorealizzarsi, è una realtà comune a tutti gli esseri umani. All’inizio è sufficiente riuscire a collegarsi in modo cosciente con la propria paura. Appena fatto, capirete finalmente perché la vostra vita non vi concede quello che un’altra parte di voi, invece, desidera tanto ardentemente. Più l’io scalcia per procurarsi ciò che voi desiderate coscientemente, dimenticandovi che l’io, da solo, non basta a raggiungere l’obiettivo, meno riuscirete a conseguirlo. Eppure non è necessariamente l’io cosciente a impedirvelo, bensì un’altra parte del vostro essere che non è né l’io, né il sé reale. Anzi, spesso l’io cosciente agisce ottusamente seguendo gli impulsi di quella parte inconsapevole e paurosa che rifugge la vita, un comportamento che in seguito viene razionalizzato e giustificato. Anche se si segue solo l’io attivo con la propria coscienza, anche in quel caso l’io non è che un servo obbediente, che lo riconosciate o meno. Il punto è se l’io segua degli impulsi erronei e distruttivi, o se agisca attivato dal sé reale.

  17. Quindi è essenziale che osserviate in modo aperto quelle reazioni interiori che vi allontanano dalla felicità e dal piacere. Per capire il quadro generale, vi dirò che se derivate il vostro senso del sé solo dalle facoltà dell’io, allora rinunciare all’io vi sembrerà orribilmente spaventoso. Ed è qui che voi entrate in un conflitto insolubile, fintantoché rimanete bloccati nella paura: evoluzione e piacere, gioia e vita creativa, realizzazione e felicità sono conseguibili solo attivando il sé reale, smettendo di identificarvi esclusivamente con l’io e collegandovi e identificandovi con il sé reale, la sostanza eterna e creativa del vostro essere. Per riuscirci, è l’importante che rinunciate al controllo diretto dell’io. Occorrono fiducia e coraggio per arrendersi a un movimento interiore che non risponde al pensiero esterno e alle facoltà del proprio volere.

  18. È facile verificare quanto vi sto dicendo, basta che pensiate un attimo ai momenti più intensi della vostra vita. Tutto quel che c’è stato di davvero piacevole, ispirato, facile, coraggioso, creativo e intimamente gioioso era dovuto a questo lasciar andare, animati da qualcosa di diverso dalle solite facoltà determinate direttamente del sé esterno. Allora la felicità non solo è possibile, ma è naturale. Non potete identificarvi con il vostro sé reale senza essere felici, e non potete essere felici se non siete integrati con il sé reale e animati da esso. Questo è il tipo di felicità che non conosce la paura della fine, o della perdita, o di conseguenze spiacevoli. È il tipo di felicità, come ho detto altrove, che è al tempo stesso dinamica, stimolante, eccitante e vibrante di vita, eppure sempre serena. Non c’è più la separazione causata dell’io dualistico, che scinde questi concetti rendendoli incompatibili tra di loro. Nel modo diviso di sperimentare la vita, la pace esclude l’eccitazione e porta alla noia. L’eccitazione esclude la pace e conduce ad ansia e tensione. È una scelta che non siete più chiamati a fare in questo e in tanti altri contesti, visto che non servirà più quando entrerete nel regno del sé reale unificato.

  19. Come potete abbracciare senza timore una condizione che vi fa rinunciare alle facoltà dell’io, quando il vostro senso di essere vivi sembra derivare unicamente dalle facoltà dell’io? È lì che siete bloccati. A meno di non vedere la vostra paura della felicità sotto questa luce, non troverete una via d’uscita da questa trappola. Vacillerete di continuo. Da un lato avrete il terrore di lasciar andare l’io, dall’altro vi troverete sempre in uno stato di maggiore o minore sconforto, più o meno cosciente. Vi tormenterà la sensazione che vi state lasciando scappare la vita, che vi manca qualcosa di essenziale, perché non potrete ottenere ciò che vi serve ad alleviare questa condizione finché non rinuncerete al predominio dell’io.

  20. Questo mi porta a un’altra paura molto collegata a questa, ossia la paura di lasciar andare. Se, come vi dicevo, fate derivare il senso del sé solo dall’io, la personalità non riesce a lasciar andare. Lasciar andare equivarrebbe ad annientarsi. Ma per coloro che hanno iniziato, un po’ alla volta e in varie occasioni, a constatare l’esistenza e la verità del sé reale, non solo non sarà pericoloso lasciar andare, ma costituirà l’essenza della vita.

  21. Ci si abitua gradualmente alla nuova condizione, alle nuove vibrazioni e ai nuovi schemi operativi del sé reale. Ma questa modalità non è certamente incompatibile col vivere in un corpo in questa sfera terrestre. Niente affatto. Si tratta semplicemente di far interagire con armonia l’io e il sé reale. Vuol dire conoscere le funzioni dell’io, i suoi limiti e il suo potere. Tornerò sull’argomento.

  22. Innanzitutto vorrei dire che ogni volta che si teme il sé reale si temono anche la vita e la morte, il piacere e il realizzarsi, la felicità e l’autoespressione, i propri sentimenti e lo stesso processo creativo. In secondo luogo, è ovvio che i sentimenti non possono essere controllati dall’io. Farlo significa imbrogliare sé stessi, perché si uccide la spontaneità e la libertà del sé reale. Ecco perché i sentimenti non devono mai essere imposti, né da altri né da sé stessi. Essi vengono da sé e sembrano avere una propria vita indipendente, con leggi, logica e saggezza proprie. Fareste meglio a esplorare e capire questa legge e la sua saggezza, anziché negare i sentimenti e sovrapporre a essi la fragile logica del vostro io, con la sua legge e la sua pseudo-saggezza. Perché i sentimenti sono espressione dello stesso processo creativo. Tutti sanno che neanche questo processo può essere forzato. Si può solo favorire o scoraggiare, così come accade per i sentimenti. Questi ultimi e il processo creativo sono movimenti interiori, che chiamo anche movimenti animici: essi hanno messaggi e segni propri cui non bisogna dare troppa attenzione, se si vuole perseguire l’auto-realizzazione e prendere contatto con il sé reale.

  23. Il sé reale trasuda e trasmette un flusso vitale di energia, fatto di molti flussi distinti. È quello che di solito chiamo forza vitale. La forza vitale non è solo un enorme potere: è coscienza. Ha in sé una saggezza profonda e un’ineluttabile legittimità, eterna e immutabile. È necessario esplorare e comprendere queste leggi. La loro comprensione arricchisce la vita in modo così meraviglioso che non riuscite nemmeno a immaginarlo.

  24. Negare l’intensa estasi della forza vitale che si manifesta su tutti i livelli dell’esistenza, in alcune aree più intensamente che in altre, equivale a flirtare in misura variabile con la morte. Abbracciare questa forza vitale è vivere per sempre. La negazione del piacere supremo della vita è la morte. La comparsa dell’io coincide con la comparsa della morte. Per ora evito di entrare in dettaglio, per non allontanarci troppo dal tracciato. Basti dire che l’io è una particella separata della coscienza più vasta che risiede, pur sempre, in ogni essere umano. Se questa particella non viene integrata con la sua origine, essa muore. Dunque separazione e morte sono correlate, così come riunificazione e vita sono collegate e interdipendenti. C’è una diretta connessione tra io, assenza di piacere e morte, così come tra sé reale, piacere supremo e vita. Perciò chi ha paura di rinunciare all’io, temendo e negando il piacere a causa di questa paura, flirta con la morte. Ecco il vero significato della morte: è la negazione del vero e originale nucleo della vita.

  25. Tutto questo, amici miei, potrebbe indurvi a credere di dover rinunciare all’io. Purtroppo molti insegnamenti spirituali commettono questo errore, portando confusione tra i partecipanti. Nulla è più lontano dalla verità. Trascurare o negare l’io non farebbe che condurvi all’estremo opposto, e gli estremi sono sempre ugualmente sbagliati, dannosi e pericolosi.

  26. Le persone che hanno dato troppa enfasi all’io durante la vita - anzi, spesso nel corso di diverse vite - con la falsa idea che non solo sia sicuro, ma anche vitale, si affaticano. Si affaticano perché ogni movimento animico basato su idee errate è stancante, per sua stessa natura. Rende le persone tese e sempre in cerca di qualche appiglio. Ogni vano tentativo di trovare sollievo da un io ristretto porta sempre all’indebolimento dell’io. Se l’io è troppo forte da un lato, inevitabilmente sarà troppo debole dall’altro. La metto in termini pratici per chi lavora nel Sentiero: nella misura in cui temete di rinunciare al controllo dell’io, per l’idea fasulla che lasciar andare vi indebolisca, in quella misura non riuscirete ad affermare voi stessi, poiché avrete paura. Più riuscirete ad arrendervi ai vostri sentimenti, al processo creativo, alle qualità sconosciute della vita stessa, a un compagno - più forti diventerete. Allora non avrete paura di prendere decisioni, di commettere errori, di incontrare difficoltà. Farete affidamento sulle vostre risorse, avrete l’integrità delle vostre opinioni, pagherete il prezzo dell’individualità, affermerete i vostri diritti adempiendo in modo libero e volontario ai vostri doveri, e non per timore dell’autorità o delle critiche. La forza dell’io in questa sana auto-affermazione rende possibile l’auto-resa. Al contrario, la debolezza di un io che teme l’auto-responsabilità rende impossibile la resa e, dunque, il piacere. La persona che abitualmente sovraccarica ed esaurisce le facoltà dell’io, andrà alla ricerca di un falso sollievo. Un falso sollievo può assumere molte forme. Una delle forme più basse è la follia, in cui l’io è completamente disattivato. In casi meno drammatici prende la forma di manifestazioni nevrotiche, in cui l’io non è in grado di utilizzare le sue facoltà di forza, di individualità e di auto-responsabilità. Oppure può deviare in alcolismo, tossicodipendenza e in tutti i modi artificiali di ottenere sollievo da un io iperteso, deprivato del piacere perché troppo spaventato per arrendersi al processo creativo.

  27. È quindi di primaria importanza comprendere quali siano le facoltà dell’io, come usarle, e quali i limiti. In futuro approfondiremo di più, ma adesso vi voglio dire questo: l’io deve solo sapere che è al servizio del più grande essere interiore. La sua funzione principale è la ricerca deliberata di contatto con il più grande sé interiore. Deve conoscere la sua collocazione. Deve sapere che la sua forza, il suo potenziale e la sua funzione consiste nel decidere di cercare il contatto, di chiedere aiuto al sé maggiore e di stabilire con esso un contatto permanente. Inoltre, il compito dell’io è di scoprire i blocchi che si frappongono tra esso e il sé maggiore. Anche qui, il suo compito è limitato. La realizzazione viene sempre da dentro, dal sé reale, come risposta al desiderio dell’io di comprendere e di trasformare la falsità, la distruzione, l’errore. In altre parole, il compito dell’io è quello di formulare il pensiero, l’intento, il desiderio, la decisione. Il suo limite è l’esecuzione del pensiero, dell’intento, del desiderio.

  28. Dopo aver adempiuto il suo compito di decidere di essere vero, integro, onesto e d’impegnarsi con buona lena, deve farsi da parte e permettere al sé reale di manifestarsi con la sua intuizione e ispirazione, per determinare ritmo e direzione del percorso individuale. All’io spetta sempre e solo di scegliere, decidere e desiderare di seguire questo sviluppo. Deve essere disposto a imparare dall’interno e a comprendere il linguaggio più profondo dell’inconscio, che gli è dapprima oscuro, ma che in seguito diventerà sempre più chiaro. Deve imparare a interpretare i messaggi dell’inconscio distruttivo e dell’ancor più profondo inconscio sé reale, con tutta la sua meravigliosa creatività e costruttività. L’io deve dare pieno appoggio, concentrare lo sforzo, e avere un atteggiamento costruttivo e un’attenzione focalizzata sul percorso interiore. Deve conoscere i suoi limiti riguardo alla profonda saggezza e al ritmo individuale del cammino, ai suoi tempi, alla forza di perseverare in tempi difficili, e attingere alle risorse illimitate del sé reale. Deve sviluppare la capacità di percepire la sottile interazione tra l’io e il sempre più vigile e manifesto sé reale, così da imparare quando essere forte e assertivo nel superare la resistenza, nel comunicare giustificazioni e razionalizzazioni, e quando farsi da parte con un atteggiamento più passivo, di ascolto e di apprendimento. L’io si può paragonare a mani e braccia che si protendono verso la sorgente della vita, e che stanno a riposo quando la loro funzione diventa un mero ricevere.

  29. Possiate beneficiare davvero tutti di questa lezione. Studiatela profondamente, meditatela. Studiate ogni frase, vedete in che modo vi riguardi. Meditate con il desiderio di metterla in pratica, non solo di capirla in teoria, ma cercando sul serio quella parte di voi che è eterna, adeguata e sempre in un meraviglioso ed estatico compiacimento. Poiché questo è il vostro diritto di nascita. Il prezzo è un piccolo sforzo per superare la pigrizia, la resistenza e i falsi meccanismi di sicurezza.

  30. Si tratta anche di esplorare le condizioni che rendono possibile una connessione con il sé reale. L’io deve essere compatibile con il sé reale. Il sé reale trascende le piatte leggi della moralità esteriore, dunque dovrete avere il coraggio di essere nella vostra verità, anziché essere condizionati dall’opinione pubblica, da un’autorità o dalla società in generale. Tale dipendenza è solo dovuta a paura e avidità, codardia e opportunismo. Quindi la moralità esteriore non è necessariamente segno di autentica moralità interiore. Tuttavia i parametri di moralità del sé reale sono altamente rigorosi, di natura molto più profonda rispetto all’altro tipo. Occorre ricercare nell’anima segnali anche minimi di egoismo, di crudeltà, di egocentrismo, di avidità, di disonestà. Ogni particella di questo tipo, anche se diluita da bontà genuina, diventa un ostacolo, specie quando non viene riconosciuta, ma si nega o si giustifica. Se cercate di imbrogliare la vita, imbrogliando voi stessi, vi rendete incompatibili con le leggi e il potere del vostro essere creativo più profondo. Scoprite, dunque, dove state barando. Potrebbero essere aree nascoste, certo, ma gli indicatori sono gli stati d’infelicità e di malcontento prodotti dalla separazione dal sé reale. Siate in pace, siate benedetti, siate in Dio!

Testo originale: Pathwork Guide Lecture No. 158 - The Ego’s Cooperation With or Obstruction of the Real Self
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